Industria e artigianato possono applicare contratti diversi anche quando le imprese operano nella stessa filiera e svolgono attività molto simili. Ma quando si legge che il costo del lavoro può arrivare a essere quasi il 48% più alto nell’industria, bisogna capire bene da dove nasce quella percentuale e soprattutto cosa sta realmente confrontando.
Un’analisi pubblicata da Il Sole 24 Ore mette a confronto alcuni livelli contrattuali del metalmeccanico e del tessile e mostra differenze importanti sia nella retribuzione annua lorda sia nel costo complessivo sostenuto dall’impresa. I numeri sono interessanti, ma la fotografia ha un limite: confrontare il livello iniziale con quello più alto può raccontare una parte della realtà, non necessariamente la situazione media dei lavoratori dei due comparti.
Ed è proprio qui che il confronto diventa più interessante.
Industria e artigianato, cosa dicono i numeri
Nel metalmeccanico, secondo i calcoli riportati da Il Sole 24 Ore, il costo del lavoro di un dipendente dell’industria risulta superiore rispetto a quello di un lavoratore dell’artigianato.
Per il livello iniziale considerato, un operaio dell’industria avrebbe una RAL di 24.360 euro, contro i 20.862 euro dell’artigianato: una differenza del 16,8%. Salendo al livello C3 dell’industria, la RAL indicata è di 30.140 euro, contro i 24.067 euro del livello 3 dell’artigianato. In questo caso lo scarto arriva al 25,2%.
Il confronto diventa ancora più ampio prendendo il livello più alto considerato nell’analisi: per un quadro la RAL indicata è di 39.494 euro nell’industria contro 29.384 euro nell’artigianato, con una differenza del 34,4%.
Se invece si considera il costo complessivo per l’impresa, quindi non soltanto la retribuzione ma anche contributi, TFR e altre componenti, gli scarti riportati sono ancora maggiori: 27,4% per il livello iniziale, 36,4% per il livello C3 e fino al 47,6% per il quadro.
Numeri analoghi, anche se meno marcati, vengono riportati per il tessile: la differenza di RAL arriva fino al 22,7%, mentre quella del costo del lavoro raggiunge il 18,2%.
Quel 47,6% non significa che tutti nell’industria costano il 48% in più
Il dato del 47,6% riguarda un confronto molto preciso: quello tra un quadro dell’industria e un quadro dell’artigianato, secondo le condizioni contrattuali prese in esame nell’analisi. Non significa quindi che, in generale, un dipendente dell’industria costi il 48% in più rispetto a un dipendente dell’artigianato.
È una distinzione importante perché la composizione della forza lavoro nei due comparti non è necessariamente la stessa. Il confronto tra livelli contrattuali estremi tende inevitabilmente a mettere in evidenza differenze più ampie proprio quando si arriva alle qualifiche più elevate. E qui entra in gioco il tema dei quadri.
I quadri hanno, per definizione, responsabilità e livelli retributivi superiori rispetto a gran parte degli altri dipendenti. Se si confronta quindi il costo di un quadro industriale con quello di un lavoratore artigiano appartenente a un livello differente, il risultato risente anche della diversa composizione professionale.
I dati INPS sui lavoratori dipendenti del settore privato confermano, più in generale, che operai e impiegati costituiscono la grande maggioranza dei dipendenti, mentre quadri e dirigenti rappresentano quote molto più contenute.
Per questo il 47,6% è un dato reale per il confronto effettuato, ma non può essere letto automaticamente come il divario medio di costo tra tutti i lavoratori dell’industria e tutti quelli dell’artigianato.
La questione dei quadri cambia la lettura del confronto
C’è poi un’altra particolarità dell’artigianato che merita attenzione. Nelle imprese artigiane di piccole dimensioni le strutture organizzative sono generalmente più semplici e la presenza di figure con qualifiche elevate può essere molto diversa rispetto alle imprese industriali. Il contratto dell’artigianato prevede comunque la categoria dei quadri, ma questi sono poco diffusi.
Pertanto, il loro peso nell’occupazione non può essere uguale a quello riscontrabile nelle imprese industriali.
Di conseguenza, se si prendono come estremi proprio i quadri, è abbastanza naturale che emerga uno scarto molto ampio nella RAL e nel costo complessivo. La questione, quindi, è capire quanto quel confronto rappresenti la realtà complessiva dei lavoratori dei due sistemi.
La riforma dell’artigianato mette in discussione proprio queste differenze
Il tema non è soltanto statistico. Dietro il confronto tra i contratti c’è la riforma della legge quadro sull’artigianato, che sta alimentando un confronto acceso tra rappresentanze dell’artigianato e mondo industriale.
Uno dei punti discussi riguarda la possibilità di ampliare i limiti dimensionali delle imprese artigiane, arrivando, secondo lo schema di riforma oggetto del confronto, fino a 49 dipendenti in determinati casi.
Confindustria ha espresso preoccupazione per il rischio che imprese con strutture produttive simili possano trovarsi a competere applicando contratti collettivi differenti, con conseguenze sulle retribuzioni, sulle tutele e sulle entrate contributive e fiscali. Le organizzazioni dell’artigianato sostengono invece la necessità di aggiornare una disciplina che risale al 1985, proprio per permettere alle imprese artigiane di crescere senza perdere la propria identità. CNA ha sottolineato che l’obiettivo è superare limiti dimensionali e rigidità che non rifletterebbero più l’evoluzione delle imprese.
Meloni conferma la riforma, ma il confronto resta aperto
La questione è arrivata anche al confronto politico. Il 1° ottobre 2026, durante l’evento per gli 80 anni della CNA, Giorgia Meloni ha confermato l’intenzione del Governo di andare avanti con la legge delega sull’artigianato.
La presidente del Consiglio ha sostenuto che un’impresa artigiana dovrebbe poter crescere aumentando il numero dei dipendenti senza perdere la propria qualifica, parlando in particolare delle aziende con una reale storicità artigiana.
Il confronto sui limiti dimensionali, sulle condizioni da rispettare e sugli effetti della riforma è ancora in corso. Ed è proprio per questo che il confronto sui salari e sul costo del lavoro va letto con una certa attenzione. Il divario tra alcuni livelli contrattuali esiste e può essere significativo, come mostrano i calcoli riportati da Il Sole 24 Ore. Ma dire che l’industria abbia in generale un costo del lavoro superiore del 47,6% rispetto all’artigianato sarebbe un passo ulteriore che quei dati, da soli, non consentono di fare.
La partita sulla riforma riguarda quindi due questioni che devono essere tenute insieme: permettere alle imprese artigiane di crescere e, allo stesso tempo, evitare che la diversa applicazione dei contratti diventi uno strumento di concorrenza basato semplicemente su salari e contribuzione più bassi. Su questo punto, il confronto tra Governo, rappresentanze dell’artigianato e mondo industriale è ancora aperto.

