giovedì, Maggio 21, 2026

NASpI: dal 2025 “vietato” dimettersi. Per i lavoratori seri rischi di rimanere senza sussidio

Dal 1° gennaio 2025, cambiano le regole per ottenere la NASpI. La Legge 207/2025 introduce un nuovo requisito contributivo che penalizza chi ha interrotto volontariamente un rapporto di lavoro nei 12 mesi precedenti alla richiesta di indennità.

Cosa cambia per i lavoratori metalmeccanici

Fino al 31 dicembre 2024, per ottenere la NASpI, bastava:

  • Perdita involontaria del lavoro
  • Almeno 13 settimane di contributi nei 4 anni precedenti

Dal 2025, chi nei 12 mesi precedenti al licenziamento o alla scadenza di un contratto a termine, si è dimesso volontariamente o ha accettato una risoluzione consensuale dovrà dimostrare almeno 13 settimane di contribuzione successive alla cessazione volontaria. Condizione che potrebbe essere impossibile dimostrare in talune circostanze: pensiamo al caso di chi si dimette per cambiare lavoro e poi viene licenziato durante il periodo di prova.

Obiettivo della nuova norma

Lo scopo della riforma è impedire che i lavoratori, dopo essersi dimessi volontariamente, trovino un nuovo impiego temporaneo per poi essere licenziatiin accordo con il datore di lavoro – e accedere alla NASpI aggirando il pagamento del ticket licenziamento.

Chi è escluso dalla restrizione

Le nuove regole non si applicano ai recessi motivati da:

  • Giusta causa
  • Maternità/paternità tutelata
  • Risoluzione consensuale nell’ambito di specifiche procedure (art. 7 L. 604/1996 e art. 3, comma 2, D.Lgs. 22/2015)

Un rischio per chi cambia lavoro

La norma penalizza chi cambia impiego e, al momento dell’interruzione del rapporto e della richiesta NASpI, non supera le 13 settimane di contributi. Per i metalmeccanici, il problema è ancora più grave perché:

  • periodi di prova spesso durano meno di 13 settimane
  • il datore di lavoro può interrompere il contratto prima del termine
  • il lavoratore si ritrova senza stipendio e senza NASpI

Disparità di trattamento

La stretta sulla NASpI non riguarda i lavoratori licenziati per giusta causa o giustificato motivo soggettivo. Questo crea un’ingiustizia, perché chi ha commesso gravi comportamenti può accedere alla disoccupazione, mentre chi ha cambiato lavoro in buona fede rischia di restare senza tutele.

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