venerdì, Dicembre 5, 2025

Troppo Caldo in Fabbrica? Il Colpo di Calore può Diventare un Infortunio sul Lavoro

Con l’arrivo dell’estate e l’innalzarsi delle temperature, lavorare può diventare una vera prova di resistenza. Per molti, il caldo estremo non è solo un disagio, ma un vero pericolo. Malori improvvisi, spossatezza, svenimenti: episodi sempre più frequenti tra chi lavora sotto il sole o in ambienti poco ventilati, come i capannoni industriali.

Ma cosa succede se un colpo di calore colpisce durante l’orario di lavoro? È considerato un semplice malessere o c’è un riconoscimento ufficiale? E quali sono le tutele previste per i lavoratori, anche nei settori meno esposti?

La risposta potrebbe sorprendere. E riguarda non solo chi lavora all’aperto, ma anche operai metalmeccanici, edili e addetti alla logistica.

Il colpo di calore può essere un infortunio sul lavoro

Come spiegato da Paola Rossi di Inca nazionale a Collettiva.it, il colpo di calore non è più visto solo come un effetto collaterale del caldo. Quando avviene durante l’attività lavorativa, può essere riconosciuto come infortunio sul lavoro dall’INAIL, con tutti i diritti che ne conseguono: indennizzo, copertura sanitaria, assenza giustificata e tutele per il reintegro.

Per questo motivo, se si accusa un malore in occasione di lavoro per il gran caldo, “dovete farvi accompagnare subito al pronto soccorso e dichiarare che il malore è insorto durante l’attività lavorativa – dichiara Paola Rossi –. Questo è un passaggio fondamentale per il corretto riconoscimento dell’infortunio“.

Quindi non serve che ci sia stato un incidente meccanico o un errore umano: basta la mancata prevenzione e l’esposizione prolungata a temperature elevate senza misure di sicurezza adeguate.

Non solo chi lavora all’aperto: il rischio nei capannoni industriali

Spesso si pensa che il rischio colpi di calore riguardi solo chi lavora nei campi, nei cantieri o in strada. In realtà, anche i metalmeccanici e gli operai di fabbrica sono esposti, specialmente quando:

  • i capannoni non sono ben ventilati;
  • mancano impianti di raffrescamento o pause adeguate;
  • si lavora vicino a forni, saldatrici, presse o altre fonti di calore.

Durante le ore più calde i ventilatori spesso non bastano, con la conseguenza che il capannone “diventa un forno”. In questi casi, l’assenza di misure di prevenzione adeguate può essere una responsabilità del datore di lavoro.

Le Regioni corrono ai ripari: stop al lavoro nelle ore più calde

A fronte dei rischi crescenti legati al caldo, diverse Regioni italiane hanno introdotto ordinanze che vietano di lavorare nelle ore centrali della giornata. Le fasce orarie più a rischio, di solito tra le 12:30 e le 16:00, sono state oggetto di stop temporanei al lavoro nei mesi estivi, in settori come:

  • agricoltura;
  • edilizia;
  • florovivaismo.

Tra le Regioni che hanno già emanato provvedimenti troviamo Calabria, Lazio e Umbria. In molti casi, il divieto sarà valido fino ad agosto 2025. Le ordinanze si basano sui bollettini di rischio caldo pubblicati da INAIL e CNR, che identificano le giornate a maggiore esposizione.

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