Il 12 agosto scorso, dopo oltre sette ore di confronto al Ministero delle Imprese e del Made in Italy è stata firmata l’intesa tra Governo, Regione Puglia, enti locali e le società in amministrazione straordinaria dell’ex Ilva. L’accordo punta alla piena decarbonizzazione dello stabilimento di Taranto, con la progressiva sostituzione degli altoforni con forni elettrici.
Il ministro Adolfo Urso ha parlato di “svolta storica” e di una “vera Squadra Italia” pronta ad affrontare la transizione green della siderurgia. L’intesa prevede aggiornamenti dopo il 15 settembre, quando saranno presentate le offerte vincolanti per l’acquisto degli impianti.
Tutto rinviato al “dopo Bando”
Fiom-Cgil ha espresso forte preoccupazione. Per il segretario Michele De Palma e per Loris Scarpa, coordinatore siderurgia, l’accordo non tutela i lavoratori. “Non ci sono garanzie sugli attuali livelli occupazionali, la discussione è rimandata dopo il bando”, hanno spiegato.
Secondo i sindacalisti, la decarbonizzazione deve camminare insieme alla tutela occupazionale e ambientale. Fiom ricorda che il piano originario prevedeva tre forni elettrici a Taranto, uno a Genova e un polo del DRI, mentre ora si parla solo di un massimo di tre forni nel capoluogo ionico. “La coperta rischia di essere troppo corta e di avere impatti pesanti sull’occupazione”, avverte la nota.
Non si sa dove e come saranno collocati gli impianti per energia e gas
Durissima anche la reazione della Uilm. Il segretario generale Rocco Palombella ha definito l’accordo “un documento senza valore e vincolo, una montagna che ha partorito il topolino”.
Mancano, secondo il sindacato, certezze sulla presenza dello Stato, sul futuro del polo DRI, sull’approvvigionamento di energia e gas e su un vero piano industriale con tempi definiti. Ipotesi erano state fatte, ma per ora restano lettera morta.
Seconco Palombella il punto di maggiore debolezza dell’Intesa sta nell’aver annunciato la costruzione di tre forni elettrici “a Taranto e uno a Genova, senza però decidere dove e come si produrranno la materia prima e il gas indispensabili per farli funzionare. Come può un privato – incalza il sindacalista – comprare una scatola vuota rischiando ingenti risorse finanziarie senza le garanzie minime e nessuna certezza?”
Uilm chiede un confronto diretto a Palazzo Chigi per discutere di decarbonizzazione, impianti e continuità occupazionale. Insomma secondo il sindacato sulla delicata questione dovrebbe interevenire direttamente Giorgia Meloni.
Accordo senza garanzie per i lavoratori
Nell’intesa non ci sono clausole che assicurino la salvaguardia dei posti di lavoro. Il testo rimanda a valutazioni future, comprese misure di politica attiva e passiva, senza impegni vincolanti.
Tra le righe del comunicato del Mimit emerge inoltre un punto fondamentale: sarà il nuovo acquirente a presentare non solo il piano industriale, ma anche quello occupazionale, indicando quale manodopera sarà salvaguardata.
Sindacati e lavoratori temono che la transizione green possa aprire la strada a tagli e discontinuità. Sul tavolo resta quindi un nodo irrisolto: il futuro occupazionale di oltre 15.000 addetti tra diretti, indotto e Ilva in amministrazione straordinaria.