Il Friuli Venezia Giulia ha firmato una delle ordinanze anti-caldo più restrittive d’Italia: dalle 12.30 alle 16 si ferma il lavoro non solo nei cantieri, in agricoltura e nelle cave, ma anche in officine, fabbriche e laboratori senza impianti di condizionamento o adeguata ventilazione.
Una misura che coinvolge direttamente i lavoratori metalmeccanici e tutto il personale impiegato in ambienti interni di tipo produttivo, dove l’esposizione al caldo estremo può diventare insostenibile.
Quasi tutta Italia con l’ordinanza anti-caldo: Friuli rompe il fronte industriale
Ormai tutte le Regioni italiane, ad eccezione di Trentino-Alto Adige, Valle d’Aosta e Marche, hanno adottato un’ordinanza anti-caldo. Le tre mancanti sono comunque attese al varo del provvedimento entro il fine settimana, secondo fonti istituzionali.
Ma è la scelta del Friuli a far discutere: nessun’altra Regione aveva imposto lo stop anche alle attività industriali al chiuso prive di climatizzazione. Una decisione che rischia di dividere il fronte delle imprese, ma che mette al centro la sicurezza dei lavoratori nei reparti produttivi.
Chiusura forzata o cassa integrazione: cosa prevede l’ordinanza
L’ordinanza, firmata il 2 luglio dal presidente Massimiliano Fedriga, impone alle aziende che non garantiscono climatizzazione o areazione sufficiente di fermare la produzione nella fascia oraria più calda.
In alternativa, le imprese possono attivare la cassa integrazione per emergenza climatica, secondo quanto previsto da Inps e indicato anche dal Protocollo nazionale anticaldo firmato poche ore dopo al Ministero del Lavoro, con il coinvolgimento di sindacati e associazioni datoriali.
Il provvedimento sarà in vigore fino al 15 settembre 2025, una scelta che tiene conto del prolungamento delle alte temperature anche dopo la fine di agosto. Un passo avanti concreto, ma che apre anche un fronte di confronto tra imprese, lavoratori e istituzioni.