Un lavoratore aveva insultato il suo capo dandogli del “leccac…”. Per questo motivo era stato licenziato. La Cassazione ha confermato che il licenziamento è legittimo.
Secondo i giudici, usare espressioni volgari verso un superiore, in presenza di un collega, rappresenta una grave insubordinazione. Dimostra disprezzo verso l’autorità e mina il rapporto di fiducia.
Non basta lo stress come giustificazione
Il caso nasce ad Acireale, in Sicilia, nell’Associazione Italiana Assistenza Spastici (Aias). Il lavoratore, davanti alla richiesta del capo di svolgere un compito, aveva reagito con rabbia e insulto. La difesa ha provato a giustificare il gesto parlando di stress e difficoltà personali.
Ma i magistrati hanno chiarito che questo non elimina la gravità della condotta. La Cassazione ha ribadito che l’insulto non è un semplice alterco, ma una vera e propria “lesione al vincolo fiduciario”.
Perché l’insulto è più grave in presenza di altri
Un punto centrale della sentenza è che l’offesa al capo è stata pronunciata davanti a un collega. Questo ha reso l’episodio ancora più grave.
Secondo la Corte, infatti, in questi casi l’insulto diventa un gesto pubblico di sfida, che indebolisce l’autorità del superiore e mette in discussione l’organizzazione del lavoro.
Un esempio pratico per i metalmeccanici
Immaginiamo un operaio in catena di montaggio che riceve dal caporeparto l’ordine di spostarsi a un’altra postazione. L’operaio, nervoso e stressato dai ritmi di produzione, risponde con un insulto pesante davanti ai colleghi: “Sei solo un leccac…”.
In una situazione del genere, secondo la Cassazione, l’azienda può procedere al licenziamento. Non importa se l’operaio ha problemi personali o si sente sotto pressione. L’insulto resta un atto di insubordinazione grave.
La Corte precisa che non si tratta di una semplice lite di reparto, ma di una violazione del rapporto di fiducia. Proprio quel rapporto che è alla base di ogni contratto di lavoro, sia per gli operai sia per gli impiegati.