La detassazione al 5% sugli aumenti contrattuali è stata presentata come uno strumento per difendere i salari dall’effetto dell’inflazione. Tuttavia, osservando i numeri reali in busta paga, il beneficio per i metalmeccanici resta estremamente contenuto. Le valutazioni espresse da Michele De Palma, Segretario Generale Fiom Cgil, intervistato dal quotidiano Repubblica, mettono in luce i limiti di una misura che, pur andando nella direzione giusta, non incide in modo significativo sul potere d’acquisto.
Cinque euro al mese: il peso reale della detassazione
Applicare un’aliquota agevolata del 5% sugli aumenti contrattuali significa, nei fatti, riconoscere pochi euro netti in più ogni mese. Per un operaio metalmeccanico – ci tiene a sottolineare il Segretario Fiom – l’incremento si aggira intorno ai 5 euro mensili, una somma che non compensa né l’aumento dei prezzi né le perdite accumulate negli ultimi anni. Il risultato è un aumento nominale che resta quasi invisibile nel cedolino paga.
Busta paga e drenaggio fiscale: il problema resta aperto
Il punto critico è il drenaggio fiscale. Ogni rinnovo del contratto nazionale porta con sé una quota di aumento che viene riassorbita dal fisco. Secondo la Fiom, il vero obiettivo dovrebbe essere garantire aumenti pienamente netti, così da evitare che il lavoro continui a sopportare il carico maggiore. La detassazione parziale, da sola, non è sufficiente a riequilibrare il sistema.
Industria e artigianato: tempi diversi, effetti diversi
Alle cifre ridotte si aggiunge il tema delle decorrenze degli aumenti salariali. Nell’industria metalmeccanica gli aumenti contrattuali scatteranno da giugno 2026, rinviando di fatto l’effetto sulle retribuzioni. Nel comparto artigiano, invece, è già previsto un incremento a partire da marzo. Questa differenza temporale incide sul reddito disponibile e accentua le distanze tra settori che già vivono condizioni economiche differenti.
Una misura limitata che non cambia il quadro salariale
La detassazione al 5% è anche una misura temporanea e selettiva, rivolta solo a una fascia di lavoratori e per un periodo circoscritto. Nelle fabbriche non genera aspettative particolari, perché non affronta il nodo centrale: la tutela stabile dei salari. Senza un intervento strutturale sul fisco e sul recupero dell’inflazione, anche i prossimi rinnovi rischiano di tradursi in aumenti minimi, più annunciati che percepiti.


