Un segnale industriale, prima ancora che finanziario. Attorno all’ex Ilva si prova a costruire un cordone sanitario di sistema, fatto di volumi, contratti e continuità produttiva. È in questa cornice che si inserisce la mossa della famiglia Marcegaglia, pronta a rafforzare i legami commerciali con gli impianti di Taranto, Novi Ligure e Cornigliano.
Un sostegno di sistema, non di capitale
Secondo quanto ricostruito da Paolo Bricco sul Il Sole 24 Ore, Marcegaglia ha avviato colloqui con Mr Flacks, unico investitore rimasto in campo dopo il ritiro di Baku Steel, Jindal e Bedrock. L’obiettivo non è entrare nel capitale, ma garantire stabilità industriale attraverso il mercato. L’acciaio dell’ex Ilva resta strategico per la manifattura italiana ed europea, e senza gesti concreti il rischio è la disgregazione dell’intero perimetro produttivo.
Prezzi in ripresa e Cbam più morbido
Il contesto congiunturale, rispetto a sei mesi fa, è migliorato. I prezzi dell’acciaio sono risaliti, il protezionismo europeo è diventato più accettabile e l’allentamento delle regole sul Cbam ha restituito margini di manovra. In questo scenario Marcegaglia, grande trasformatore con oltre cinque milioni di tonnellate acquistate ogni anno, vede spazio per operare con maggiore respiro.
Da 900mila a 1,5 milioni di tonnellate
Il gruppo ha un contratto valido fino al 2028 per 900mila tonnellate annue di acciaio ex Ilva, indicizzate ai prezzi di mercato. Nel 2024 ne ha acquistate 700mila. Ora la disponibilità è ad aumentare fino a 1,5 milioni di tonnellate l’anno, un volume che potrebbe rappresentare un fattore decisivo di stabilizzazione produttiva e finanziaria.
Governo prudente, niente partecipate nel capitale
Sul fronte pubblico, il governo Meloni resta cauto. Nessuna apertura all’ingresso di Invitalia, Cdp o Fincantieri nel capitale. Al massimo, un sostegno funzionale fatto di competenze, commesse e risorse limitate. Per ora, il messaggio è chiaro: benvenuto Mr Flacks, ma la sopravvivenza dell’ex Ilva passa prima di tutto dal mercato.


