Sessantatré anni è un’età giusta per andare in pensione? Se si maturano i requisiti sì, ma nella pratica non è semplice. L’età media effettiva di pensionamento in Italia si avvicina ai 65 anni. L’uscita a 63 resta quindi un’opzione per pochi, soprattutto dopo l’addio a Quota 103 e al ridimensionamento di Opzione Donna.
Oggi la strada principale è la pensione anticipata ordinaria. Non prevede un requisito anagrafico, ma solo contributivo: nel 2026 servono 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini, 41 anni e 10 mesi per le donne. Dopo la maturazione scatta una finestra mobile di 3 mesi. L’assegno parte quindi tre mesi dopo. Attenzione però: secondo le stime della Ragioneria generale dello Stato, dal 2027 il requisito contributivo potrebbe aumentare di 1 mese, poi di 2 mesi nel 2028 e di 3 mesi nel 2029.
Quota 41 per i lavoratori precoci
Un’altra possibilità è Quota 41. È riservata a chi ha almeno 12 mesi di contributi prima dei 19 anni. Servono 41 anni di versamenti, senza requisito anagrafico. Ma non basta essere “precoci”: occorre rientrare in categorie tutelate. Parliamo di disoccupati che hanno finito la Naspi da almeno 3 mesi, caregiver, invalidi civili almeno al 74% o addetti a mansioni gravose o usuranti. Anche qui vale la finestra mobile di 3 mesi. Esclusi i contributivi puri post 1996 e chi usa il computo nella Gestione separata.
Ape Sociale e il ruolo della Naspi
Confermata nel 2026 anche l’Ape Sociale. Non è una pensione, ma un’indennità ponte fino alla vecchiaia. Serve avere 63 anni e 5 mesi. Occorrono 30 anni di contributi (36 per lavori gravosi). L’importo massimo è 1.500 euro lordi per 12 mensilità, senza tredicesima e senza rivalutazione.
Per Quota 41 e Ape il canale dei disoccupati è decisivo. Serve perdita involontaria del lavoro e fine della Naspi da almeno 3 mesi. La Naspi può durare fino a 2 anni e diventa, di fatto, il passaggio chiave verso l’uscita a 63 anni.


