I salari nella metalmeccanica stanno lentamente recuperando terreno, ma i lavoratori se ne accorgono poco. Il motivo è chiaro: “il fisco si prende una fetta sempre più grande delle retribuzioni”, denuncia il nuovo Cruscotto del lavoro nella metalmeccanica pubblicato dalla Fim Cisl.
Negli ultimi anni, l’inflazione ha colpito duro. Solo il settore bancario ha retto il colpo. Per tutti gli altri, metalmeccanici compresi, il potere d’acquisto è crollato.
Eppure, secondo il Cruscotto, “i salari della metalmeccanica sono cresciuti più della media nazionale, recuperando quasi tutta l’inflazione”. Questo grazie a un contratto nazionale che, “diversamente da altri settori, già incorporava l’opzione di recupero integrale della maggiore inflazione”.
Il grande nemico: il fisco
Il problema vero è un altro: tasse e contributi. Dal 2015 a oggi, la pressione fiscale non è diminuita, anzi: è passata dal 32% al 32,4%. “Irpef e contributi oggi si mangiano un terzo dello stipendio”, avverte la Fim.
Il “fiscal drag” ha annullato gli effetti dei bonus e dei tagli al cuneo. Sulle buste paga reali, pesa ancora come un macigno. E non è finita. Anche i rinnovi contrattuali, una volta erogati, “vengono in parte vanificati dalle aliquote marginali”, scrive il Cruscotto.
Risultato? Lo Stato incassa più del lavoratore. “Se osserviamo quanto incassa un lavoratore e quanto incassa il Mef, dobbiamo concludere che i rinnovi contrattuali subiscono un taglio importante, con un beneficio significativo per il ministero dell’Economia”.
I numeri che bruciano in busta paga
- Pressione fiscale: 32,4% oggi, contro 32% nel 2015
- Impatto del fiscal drag: zero benefici reali dai tagli Irpef
- Effetto sulle retribuzioni: contratti rinnovati ma soldi in meno
- Stipendi reali: ancora sotto i livelli del decennio scorso
È un paradosso tutto italiano: si lavora di più, si produce di più, ma la busta paga resta ferma. E il problema non è il contratto, è il fisco.