Bisogna sempre fare attenzione quando si usa WhatsApp per mandare messaggi ai colleghi o condividere video con amici. In certi casi, infatti, anche le chat private possono diventare un problema sul lavoro.
Lo ha confermato una recente sentenza: a seconda del ruolo e del tipo di azienda in cui si lavora, i contenuti condivisi su WhatsApp possono portare a sanzioni disciplinari o perfino al licenziamento. Ma non vale per tutti allo stesso modo.
Vediamo cosa cambia tra chi lavora nel settore pubblico e chi invece è un dipendente privato. Come, per esempio, gli operai metalmeccanici.
WhatsApp e lavoro: non sempre è tutto privato
Anche se una chat è “privata”, non significa che si è al sicuro da controlli o conseguenze. Infatti, anche i messaggi, le foto o i video fuori luogo, anche se inviati a pochi amici, possono finire nelle mani sbagliate (superiori, colleghi, azienda…) e creare problemi seri.
In alcuni casi, ciò ha portato a sospensioni, visite mediche e addirittura licenziamenti.
È il caso di un poliziotto friulano, che si è filmato mentre correva nudo sulla neve, durante una gara estrema, e ha poi mandato il video su WhatsApp ad alcuni amici. Il video è stato condiviso più volte e alla fine ha raggiunto i suoi superiori.
Come risultato di questa azione “goliardica ed esibizionista”, il poliziotto è stato sospeso dal servizio, sottoposto a controlli medici e, infine, sanzionato per comportamento indecoroso. Tutto ciò anche se il video era “privato” e lui non era riconoscibile come agente.
Questo perché, secondo i giudici, chi lavora nel settore pubblico (come poliziotti, militari o dipendenti statali) deve mantenere un comportamento dignitoso anche fuori servizio, perché rappresenta l’istituzione.
Regole più leggere nel settore privato
Diverso è il discorso per chi lavora nel settore privato, ad esempio come operaio o tecnico metalmeccanico.
La Corte di Cassazione ha stabilito che non sempre è giusto licenziare chi scambia messaggi o battute su WhatsApp, se non si danneggia l’azienda e se il contenuto rimane effettivamente privato. Per esempio, nella sentenza n. 5936 del 6 marzo 2025, la Corte Suprema ha stabilito che non è legittimo il licenziamento dei dipendenti che in una chat privata tra colleghi hanno offeso il superiore.
Un messaggio scherzoso o un video personale quindi non bastano da soli per essere licenziati, a meno che:
- non si offenda pubblicamente l’azienda, arrecando quindi un danno all’immagine dell’impresa,
- o non si violino regole specifiche previste dal contratto.
Il buon senso, comunque, resta fondamentale.