La crisi dell’industria italiana continua a colpire duramente i lavoratori metalmeccanici. Secondo il Rapporto annuale Istat, tra il 2007 e il 2024 nelle fabbriche italiane sono scomparsi circa 700 mila posti di lavoro, un calo che ha interessato soprattutto i settori manifatturieri tradizionali.
Sempre meno occupati nelle fabbriche
Mentre l’occupazione complessiva è aumentata grazie alla crescita dei servizi, l’industria ha continuato a perdere addetti. Sanità, assistenza sociale, attività professionali e turismo hanno creato nuovi posti di lavoro, ma non sono riusciti a compensare la perdita di occupazione qualificata nella manifattura.
Per i metalmeccanici il problema è particolarmente evidente nei comparti dell’automotive, della componentistica, della siderurgia e degli elettrodomestici.
Produzione in calo da tre anni
Dal 2022, con l’esplosione dei costi energetici e il rallentamento dell’economia europea, la produzione manifatturiera italiana ha registrato 36 mesi consecutivi di contrazione.
L’Istat evidenzia che le maggiori difficoltà riguardano i settori più esposti alla concorrenza internazionale e all’aumento dei costi, tra cui proprio automotive e metallurgia. Nel confronto europeo, inoltre, l’Italia ha perso il 7,4% della produzione industriale tra il 2018 e il 2025, mentre altri Paesi hanno registrato risultati migliori.
Sindacati preoccupati per il futuro
La conseguenza è un crescente ricorso alla cassa integrazione per evitare licenziamenti. Secondo il segretario generale della Fiom-Cgil Michele De Palma, oltre 100 mila lavoratori rischiano il posto se non arriveranno interventi a sostegno dell’industria.
Le maggiori criticità riguardano aziende strategiche come Stellantis, l’ex Ilva e il comparto degli elettrodomestici. Per i sindacati servono investimenti, nuove politiche industriali e un piano di rilancio della manifattura. In caso contrario, il rischio è quello di assistere a un ulteriore ridimensionamento dell’occupazione metalmeccanica nei prossimi anni.


