L’intelligenza artificiale sta trasformando il lavoro nelle imprese e il cambiamento non riguarda soltanto software e automazione. A mutare sono anche le competenze richieste, le mansioni e il modo in cui vengono prese le decisioni.
Per le PMI, quindi, la sfida non è soltanto introdurre nuovi strumenti, ma riuscire a integrarli nei processi produttivi e nell’organizzazione del lavoro.
Su questi temi interviene Antonio Casano, consigliere di Unionmeccanica Torino, che analizza il cosiddetto paradosso della produttività dell’AI e il ruolo sempre più centrale della formazione.
AI, produttività e nuove competenze nelle imprese
Presidente Casano, negli ultimi anni si parla molto del paradosso della produttività dell’AI. Di cosa si tratta esattamente?
Il paradosso della produttività dell’AI è quella dicotomia che osserviamo nei bilanci e nei report economici: nonostante un’accelerazione tecnologica senza precedenti e investimenti massicci in soluzioni di Intelligenza Artificiale, i dati aggregati sulla produttività non mostrano ancora un salto significativo. In altre parole, la tecnologia avanza più velocemente della capacità delle organizzazioni di trasformarla in valore misurabile.
Alcuni interpretano questo ritardo come un segnale che l’AI sia sopravvalutata. Lei non è d’accordo. Perché?
Perché il problema non è nel potenziale dello strumento, ma nella mancanza di ciò che non appare nei bilanci tradizionali: gli intangibili complementari. L’acquisto di un software o l’integrazione di un algoritmo non bastano. La tecnologia è materia prima: diventa valore solo quando l’impresa costruisce la precondizione organizzativa capace di recepirla.
Quali sono questi “intangibili” di cui parla?
Sono fattori invisibili nei conti economici classici, ma decisivi:
- la riprogettazione dei processi interni,
- lo sviluppo di una solida conoscenza dell’AI,
- l’esercizio costante della supervisione cognitiva.
Senza questo tessuto connettivo, l’investimento in AI rischia di rimanere sterile: un costo anziché un moltiplicatore di efficienza. Per le nostre PMI, comprendere questo passaggio è la vera discriminante tra subire il cambiamento e guidarlo.
In questo scenario, quale ruolo assume la formazione?
La formazione non può più essere considerata un adempimento accessorio. Se l’investimento intangibile è il vero collo di bottiglia, allora la formazione deve diventare ingegneria organizzativa e culturale. Non si tratta di “fare corsi”, ma di costruire le condizioni affinché l’AI diventi produttiva.
Quali sono i pilastri di questo nuovo modello formativo?
Due, fondamentali.
- L’integrazione reciproca tra uomo e macchina. La formazione non deve insegnare a usare un programma, ma a collaborare con un agente artificiale. Bisogna comprendere confini, potenzialità e limiti dell’AI, inserendola stabilmente nei flussi di lavoro attraverso una co-produzione di valore.
- La ridefinizione della competenza. Nell’era dell’AI, la competenza non è più un attributo dell’individuo isolato né dell’algoritmo. È una proprietà emergente del sistema uomo-macchina. All’essere umano spettano giudizio critico, direzione strategica, sensibilità contestuale; alla macchina velocità ed elaborazione massiva dei dati. La sintesi di queste due intelligenze definisce la nuova professionalità.
Le nostre imprese hanno già affrontato transizioni importanti: automazione, digitalizzazione, industria 4.0. L’AI è un passaggio analogo?
È un passaggio più profondo. Le precedenti transizioni riguardavano processi e tecnologie; questa riguarda anche la sfera cognitiva e organizzativa. L’AI non cambia solo “come” si lavora, ma “chi” fa cosa e “come” si decide. È una trasformazione identitaria del lavoro.
Cosa deve fare, concretamente, il mondo della formazione?
Non inseguire le mode tecnologiche, ma colmare il divario invisibile di cui parlavamo. Dobbiamo affiancare imprenditori e lavoratori nel ridisegnare mansioni, implementare pratiche di supervisione attiva, creare ecosistemi aziendali maturi. La formazione deve diventare un dispositivo di accompagnamento alla trasformazione organizzativa.
In conclusione: cosa ci dice davvero il paradosso della produttività?
Che il futuro non appartiene a chi compra più tecnologia, ma a chi investe meglio nella cultura organizzativa e nella crescita sinergica delle proprie persone. È una sfida quotidiana, che si gioca nelle nostre fabbriche e nei nostri uffici. E che possiamo vincere solo costruendo valore intangibile, quello che non si vede nei bilanci ma determina la competitività reale.


