Qualche segnale positivo arriva dai dati industriali di dicembre, ma non basta a cambiare il quadro complessivo. Per Ferdinando Uliano, segretario generale della Fim Cisl, i nodi strutturali della manifattura italiana restano irrisolti. «I problemi della nostra manifattura restano tali e quali. Le crisi sono davanti agli occhi di tutti, dalla siderurgia all’auto. E non si risolvono da sole».
Il crollo di Stellantis e gli impianti al 35%
Il dossier più urgente è quello dell’automotive. I dati diffusi dalla Fim parlano chiaro: nel 2025 Stellantis ha prodotto appena 380 mila veicoli. «Siamo molto preoccupati, gli impianti funzionano al 35% della capacità produttiva».
Uliano punta il dito contro i ritardi del gruppo: «Filosa ha detto che presenterà il nuovo piano industriale entro la prima metà dell’anno. Non possiamo permetterci di aspettare così a lungo». E aggiunge: «Va aggiornato subito il piano che presentò Imparato a dicembre 2024. Alcune promesse non sono state rispettate».
I casi simbolo sono Cassino e Termoli: «Dove sono la nuova Stelvio e la nuova Giulia ibride ed elettriche? E che dire di Termoli? Nessuno sa più nulla della Gigafactory». Paradossalmente, «Pratola Serra che fa motori diesel sta meglio: lavora a pieno regime e non c’è cassa integrazione».
Il confronto con il governo sull’automotive
Secondo Uliano – che ieri ha incontrato il Governo sulla Crisi Automotivo – hanno sbagliato tutti: «L’Europa, l’Italia che ha tagliato gli incentivi e Stellantis che non ha investito abbastanza». Il nodo resta la produzione: «Il tavolo era partito con l’obiettivo di un milione di veicoli. Siamo a 380 mila: questo è il punto».
Ex Ilva, “nessun cavaliere bianco”
Sulla siderurgia il giudizio è netto. «A quasi due anni dall’arrivo dei commissari non c’è un soggetto industriale interessato a investire». E avverte: «Nessun investitore serio si farà avanti». Per Uliano lo Stato deve assumersi la responsabilità: «Se la siderurgia è strategica, il governo prenda il controllo dell’ex Ilva, la risani e poi la rimetta sul mercato». Infine l’avvertimento politico: «Non intendiamo arrenderci».


