Entro il 7 giugno 2026 l’Italia dovrà recepire le nuove regole europee sulla trasparenza salariale. La spinta arriva dalla direttiva UE 2023/970, con l’obiettivo di ridurre il divario retributivo tra uomini e donne e rendere più chiare le buste paga e le carriere.
Il Governo ha già approvato lo schema di decreto, ora all’esame delle Camere. Le Commissioni hanno dato parere positivo, ma con diverse richieste di modifica su punti considerati cruciali.
Gender pay gap e nuove regole sulle retribuzioni
Il cuore della direttiva è il contrasto al gender pay gap. In Europa il divario medio è del 12%, mentre in Italia, secondo i dati INPS, le donne perdono circa 29 euro al giorno rispetto agli uomini.
Per ridurre queste differenze, le nuove norme puntano sulla trasparenza. Ma proprio qui emergono i primi problemi.
Il Parlamento chiede di chiarire meglio cosa si intenda per “livello retributivo”, indicando con precisione tutte le voci che compongono lo stipendio. Dubbi anche sui criteri per definire “stesso lavoro” e “lavoro di pari valore”.
Il nodo dei contratti e delle categorie escluse
Uno dei punti più delicati riguarda i contratti collettivi da prendere come riferimento. Le Commissioni chiedono che si utilizzino solo i CCNL firmati dalle organizzazioni sindacali più rappresentative, evitando che siano le aziende a scegliere il contratto di riferimento.
Altro tema critico è la platea dei lavoratori coinvolti. Il testo italiano esclude alcune categorie, come apprendisti, lavoratori domestici e intermittenti.
Una scelta che va in direzione opposta rispetto all’UE, che invece punta a includere tutte le forme di lavoro, soprattutto quelle più fragili dal punto di vista retributivo.
Obblighi per le aziende e prossime decisioni
Resta aperto anche il tema delle imprese coinvolte. L’obbligo di monitoraggio del divario retributivo riguarda per ora solo le aziende con almeno 100 dipendenti.
Ma nel contesto italiano, fatto soprattutto di piccole e medie imprese, questa soglia rischia di ridurre l’efficacia delle nuove regole.
Ora la decisione finale spetta al Governo. Entro il 7 giugno dovrà approvare il decreto definitivo, scegliendo se accogliere le modifiche proposte o confermare il testo attuale.


