Mentre il quadro generale dei redditi italiani racconta una lunga fase di difficoltà, c’è un settore che ha seguito una traiettoria diversa. Industria e costruzioni sono infatti gli unici comparti in cui le retribuzioni reali sono aumentate negli ultimi decenni, riuscendo a mantenere una maggiore tenuta rispetto ad altri ambiti del mercato del lavoro.
A fotografare questa evoluzione è l’analisi dell’Ufficio parlamentare di bilancio sui redditi dal 1990 a oggi. I dati mostrano un’Italia divisa: da una parte i settori più colpiti dalla stagnazione salariale, dall’altra il mondo industriale, dove anche grazie ai rinnovi contrattuali e alla maggiore stabilità occupazionale le retribuzioni hanno avuto una crescita più solida.
Nell’industria e nelle costruzioni gli stipendi sono cresciuti più della media
Secondo i dati analizzati dall’Upb, tra il 1990 e il 2026 le retribuzioni reali nel comparto di industria e costruzioni sono aumentate del 16,5%. Un risultato in controtendenza rispetto al resto dell’economia italiana, dove il rallentamento dei salari è stato molto più evidente.
Il confronto con il settore dei servizi è particolarmente significativo: nello stesso periodo le retribuzioni medie del terziario hanno registrato un calo del 20,9%.
La differenza è legata anche al diverso modello occupazionale. L’industria ha mantenuto una maggiore presenza di lavori a tempo pieno e contratti più strutturati, mentre nei servizi sono aumentati maggiormente part time, lavori discontinui e occupazioni con salari mediamente più bassi.
Perché il settore industriale ha retto meglio sul fronte dei redditi
Alla base della migliore tenuta degli stipendi industriali ci sono diversi fattori:
- la struttura del lavoro: nel comparto industriale sono più diffusi rapporti di lavoro stabili, qualifiche tecniche e professionalità specializzate, elementi che hanno sostenuto la crescita delle retribuzioni;
- la presenza di una contrattazione collettiva più forte, soprattutto nei grandi comparti manifatturieri, dove i rinnovi dei contratti nazionali hanno accompagnato l’evoluzione economica e produttiva;
- il peso del settore nell’economia: anche se negli ultimi decenni l’occupazione industriale è diminuita rispetto al passato, l’industria continua a garantire livelli salariali mediamente più elevati rispetto a molte attività del terziario.
I rinnovi dei contratti hanno sostenuto i salari dei metalmeccanici
Negli ultimi anni il ruolo della contrattazione è tornato centrale per difendere il potere d’acquisto dei lavoratori industriali.
Il rinnovo del CCNL Metalmeccanici 2025-2028, sottoscritto a novembre da Federmeccanica, Assistal e le organizzazioni sindacali Fiom-Cgil, Fim-Cisl e Uilm, ha previsto nuovi aumenti economici per circa 1,5 milioni di lavoratori del comparto.
L’accordo ha introdotto incrementi dei minimi tabellari distribuiti nel periodo di vigenza contrattuale, insieme ad altri strumenti di welfare e tutele. Al livello C3, per esempio, la retribuzione a giugno 2026 è pari a 2.211,43 euro, che salirà a 2.271,01 euro a giugno 2027 e a 2.335,88 euro a giugno 2028. L’aumento definito sui minimi, con l’accordo del 22 novembre 2025, è quindi pari a 205,32 euro.
Anche altri rinnovi del settore industriale hanno seguito questa direzione, con l’obiettivo di recuperare parte della perdita di potere d’acquisto causata dall’inflazione e garantire una maggiore stabilità salariale. Per esempio, il nuovo CCNL Orafi-Argentieri (sottoscritto da Confindustria-Federorafi insieme a Fim, Fiom e Uilm a copertura del quadriennio 2025-2028) ha previsto un incremento dei minimi salariali del 10,51%, più dell’IPCA-NEI stimato nel periodo di vigenza. Ciò ha garantito un aumento, al livello C3, pari a 200 euro.
Il confronto con gli altri settori: servizi più penalizzati
Il divario tra industria e servizi è uno degli aspetti più evidenti dell’analisi sui redditi. La crescita del lavoro nei servizi, spesso caratterizzato da contratti più fragili e maggiore diffusione del part time, ha contribuito alla riduzione delle retribuzioni medie.
Secondo l’Upb, il peso dell’industria sul totale degli occupati è sceso negli anni, passando dal 35,3% del 1990 al 26,6%, mentre i servizi sono cresciuti dal 57,4% al 70%.
Questa trasformazione dell’economia italiana ha avuto conseguenze dirette anche sui salari medi.
La sfida resta quella di aumentare il valore del lavoro industriale
Nonostante la migliore performance rispetto ad altri comparti, anche l’industria deve affrontare la sfida della crescita dei salari e della competitività. L’evoluzione tecnologica, la transizione digitale e la necessità di nuove competenze rendono sempre più importante valorizzare le professionalità tecniche.
Per il settore metalmeccanico, i rinnovi contrattuali rappresentano uno degli strumenti principali per accompagnare questo cambiamento, sostenendo i redditi e riconoscendo il valore delle competenze presenti nelle fabbriche e nelle imprese industriali.
I dati dell’Upb mostrano quindi un elemento chiaro: nel lungo periodo l’industria è stata uno dei pochi comparti capaci di difendere e aumentare il valore reale delle retribuzioni, mentre il resto del mercato del lavoro ha vissuto una fase di maggiore difficoltà.


