Nelle officine il rumore dei martelli scandiva giornate interminabili. Dieci ore di lavoro erano la normalità per i metalmeccanici italiani, tra ritmi massacranti e salari spesso insufficienti. Poi arrivò il 1919. Con la firma del primo contratto nazionale dei metalmeccanici, quella realtà cambiò per sempre. Fu l’ultima volta in cui l’orario ordinario si fermò alle dieci ore. Lo ricorda la Cgil con un pagina web dedicata.
Il contesto: guerra finita, tensioni sociali in aumento
Il Paese usciva dalla Prima guerra mondiale in condizioni difficili. Inflazione alta, disoccupazione crescente e forti squilibri sociali alimentavano il malcontento. In questo scenario si sviluppò il cosiddetto Biennio Rosso, tra il 1919 e il 1920, segnato da scioperi di massa, occupazioni di fabbriche e una mobilitazione senza precedenti del movimento operaio.
Fu proprio in questo clima che la FIOM riuscì a conquistare risultati storici, sfruttando un equilibrio di forze favorevole ai lavoratori.
La svolta: 8 ore al giorno e nuove tutele
Il contratto firmato il 20 febbraio 1919 segnò una rottura netta con il passato. L’orario di lavoro venne ridotto a otto ore giornaliere, 48 settimanali. Una conquista epocale, che allineava l’Italia alle rivendicazioni internazionali del movimento operaio.
Non solo. L’accordo introdusse aumenti salariali e meccanismi di adeguamento al costo della vita, per difendere il potere d’acquisto eroso dall’inflazione. Venne inoltre riconosciuto il ruolo delle Commissioni interne, organismi eletti dai lavoratori con funzioni di rappresentanza e controllo.
Le conquiste, negli anni successivi, trovarono la repressione delle forze patronali grazie al sostegno dello squadrismo prima e del fascismo al Governo, poi. Ma quella data segnò comunque un passaggio epocale verso l’affermazione dei diritti, che si ottenne solo con la fine del Fascismo e la conquista della democrazia, nel 1945.
Tra modernizzazione e conflitto: il nodo taylorismo
La trasformazione avveniva mentre nelle fabbriche si diffondeva il taylorismo, basato su tempi standardizzati e controllo delle prestazioni. La CGdL adottò una linea pragmatica: non rifiutare la modernizzazione, ma limitarne gli effetti più duri.
Il contratto del 1919 regolò anche mansioni e licenziamenti, riducendo l’arbitrio padronale e riconoscendo il sindacato come interlocutore nazionale. Una conquista destinata a essere in parte smantellata negli anni successivi, ma che segnò per sempre la storia del lavoro industriale italiano.


