Il tema dei salari bassi torna al centro del dibattito industriale italiano. Dopo i richiami arrivati già nel 2025 dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ora ad accendere i riflettori è anche Emanuele Orsini, presidente di Confindustria, la più potente organizzazione datoriale italiana.
Durante l’assemblea annuale a Roma, Orsini ha pronunciato parole che pesano soprattutto per il mondo industriale e metalmeccanico.
“Ma in Italia resta aperta la questione salariale. Lo dico con chiarezza: noi da soli, con i nostri migliori contratti, non riusciamo a risolverla”.
Una frase che inevitabilmente porta l’attenzione sul CCNL Metalmeccanici Industria, il principale contratto dell’industria italiana, applicato a oltre 1,6 milioni di lavoratori.
Il CCNL Metalmeccanici è tra i migliori, ma non basta
Quello metalmeccanico viene considerato da anni uno dei contratti nazionali più solidi del panorama italiano. Garantisce il rinnovo periodico ogni tre anni, diventati quattro nell’ultimo accordo, e soprattutto prevede un adeguamento annuale dei minimi salariali all’indice inflattivo IPCA-NEI, con incrementi che arrivano ogni anno nel mese di giugno.
Negli ultimi rinnovi, proprio il meccanismo IPCA ha prodotto aumenti importanti per difendere il potere d’acquisto dei lavoratori.
Eppure, secondo lo stesso presidente degli industriali, neppure i “migliori contratti” riescono oggi a risolvere il problema salariale.
“Le basse retribuzioni allontanano i giovani dall’Italia. Troppi settori offrono solo contratti a tempo e salari insufficienti”.
Le buste paga spiegano il problema dei minimi troppo bassi
La spiegazione arriva anche dalle stesse buste paga che le aziende conoscono bene. Nel settore metalmeccanico, infatti, sono sempre più diffusi i superminimi individuali, cioè importi aggiuntivi riconosciuti dalle imprese per alzare il trattamento economico rispetto ai minimi previsti dal contratto nazionale.
Un fenomeno che rappresenta già di per sé un segnale preciso: i minimi salariali fissati dai CCNL spesso non sono sufficienti a garantire retribuzioni considerate adeguate dal mercato.
Anche l’OCSE, nelle recenti analisi sull’Italia, ha evidenziato come i salari reali italiani restino tra quelli che hanno perso più potere d’acquisto negli ultimi anni rispetto agli altri Paesi avanzati, nonostante gli aumenti contrattuali e il recupero inflattivo.
Per questo le parole di Orsini assumono un significato ancora più forte: se persino i contratti considerati “migliori” in termini di tutele e salario, considerati tra i più avanzati del sistema industriale italiano, non riescono più a garantire salari pienamente adeguati, allora il problema riguarda ormai l’intero modello retributivo del Paese.


