Non c’è una sola azienda dietro la nuova proposta italiana per l’ex Ilva, ma una rappresentanza molto ampia della siderurgia nazionale. Federacciai e 14 imprese associate hanno formalizzato la manifestazione di interesse per gli stabilimenti di Acciaierie d’Italia. A Taranto l’operazione riguarda però esclusivamente l’area a freddo, lasciando fuori gli altoforni.
Un elemento caratterizza buona parte dei protagonisti: dietro molti dei grandi nomi dell’acciaio italiano ci sono famiglie imprenditoriali che operano nel settore da generazioni.
Da Arvedi a Marcegaglia, chi sono i 14 interessati
Nell’elenco spiccano innanzitutto Acciaieria Arvedi, gruppo fondato da Giovanni Arvedi e diventato uno dei principali protagonisti europei nella produzione di acciai piani, e Marcegaglia Carbon Steel, appartenente al gruppo controllato dalla famiglia Marcegaglia, gigante internazionale della trasformazione dell’acciaio.
Ci sono poi Feralpi Siderurgica, legata alla famiglia Pasini e particolarmente forte negli acciai destinati alle costruzioni, e AFV Acciaierie Beltrame, storico gruppo familiare specializzato nei laminati mercantili e nei profili.
La cordata comprende inoltre ABS – Acciaierie Bertoli Safau, Acciaierie Venete, Advanced Steel Solutions del Gruppo Asonext, Alfa Acciai, Compagnia Siderurgica Italiana, Duferco Travi e Profilati, Ferriera Valsabbia, Lucchini RS Holding, O.R.I. Martin e Rubiera Special Steel. Ben sette delle aziende coinvolte hanno una forte presenza nel territorio bresciano, uno dei principali distretti siderurgici italiani.
Non siamo quindi davanti a investitori finanziari puri: nella partita entrano produttori e trasformatori che conoscono direttamente il mercato dell’acciaio e utilizzano o producono prodotti siderurgici lungo differenti segmenti della filiera.
Cosa vogliono acquistare dell’ex Ilva
Il punto decisivo è proprio questo. La manifestazione di interesse non punta, nelle condizioni attuali, a rilevare l’intero ciclo produttivo di Taranto. L’attenzione è concentrata sull’area a freddo, cioè sugli impianti posti a valle della produzione primaria dell’acciaio, oltre che sugli altri stabilimenti del gruppo.
La scelta arriva dopo la decisione della Corte d’Appello di Milano che ha imposto lo stop dell’area a caldo entro 90 giorni in assenza degli interventi prescritti.
Adesso arriva la due diligence
La firma delle 14 aziende non equivale ancora a un’offerta vincolante né a un impegno economico definitivo. Il prossimo passaggio sarà fondamentale: occorrerà entrare nel dettaglio degli impianti, verificarne condizioni, costi e investimenti necessari attraverso una due diligence.
Solo successivamente potrà essere definito quanto ciascuna impresa sia disposta a investire e quale forma societaria dare all’operazione. Sul tavolo resta anche il ruolo dello Stato: Federacciai ha indicato la necessità di verificare con il Governo quelle “condizioni abilitanti” considerate indispensabili per rendere sostenibile l’intervento industriale.
La cordata italiana, dunque, esiste. Ora bisognerà capire se dalle firme si passerà ai capitali e, soprattutto, a un vero piano industriale per il futuro dell’ex Ilva.


