Resta confermato lo stop dell’area a caldo dell’ex Ilva. Il 5 ottobre 2026 la Corte d’Appello di Milano ha respinto anche la seconda richiesta di sospensione presentata dalle amministrazioni straordinarie di Ilva e Acciaierie d’Italia.
La fermata degli impianti resta quindi prevista entro la fine di ottobre, salvo nuovi sviluppi giudiziari. Il prossimo passaggio è fissato al 20 ottobre, quando la Cassazione esaminerà il ricorso.
Perché lo stop non riguarda soltanto Taranto
L’area a caldo di Taranto produce l’acciaio e i coil che alimentano anche numerose lavorazioni svolte negli stabilimenti di Genova e Novi Ligure.
Genova riceve prodotti finiti e semilavorati e svolge attività di trasformazione e finitura. Novi Ligure utilizza i coil laminati a caldo provenienti da Taranto per produrre acciaio laminato a freddo e zincato, destinato anche ai settori automobilistico e degli elettrodomestici.
Se Taranto non produce più il materiale necessario, possono ridursi anche le attività degli impianti del Nord. Le conseguenze possono quindi coinvolgere i lavoratori diretti del gruppo e quelli delle aziende che operano negli appalti.
Prepensionamenti e incentivi: le richieste della Uilm
Dopo la decisione della Corte, la Uilm ha chiesto al Governo di aprire immediatamente un tavolo e costruire un piano sociale per i lavoratori.
Nel comunicato della Uilm sull’ex Ilva vengono proposti:
- prepensionamenti per accompagnare alla pensione chi si trova vicino ai requisiti;
- riconoscimento dei lavori usuranti, attraverso regole specifiche;
- incentivi volontari all’esodo per chi accetta di lasciare l’azienda;
- strumenti straordinari per tutelare il reddito durante la fermata;
- investimenti e interventi di rilancio industriale.
Il sindacato chiede anche una legge speciale per affrontare una crisi che, secondo le sue valutazioni, riguarda complessivamente circa 20.000 lavoratori tra dipendenti diretti, indiretti e aziende dell’appalto.
Le nuove tutele non sono ancora state approvate
Prepensionamenti, incentivi all’esodo e riconoscimento dei lavori usuranti rappresentano, al momento, richieste sindacali. Non sono ancora misure disponibili e i lavoratori non possono presentare alcuna domanda.
Anche l’eventuale cassa integrazione deve essere definita attraverso gli strumenti previsti e le relative procedure. La cassa non equivale a un licenziamento, ma comporta generalmente una riduzione del reddito rispetto allo stipendio ordinario.
Importi, durata e numero dei dipendenti coinvolti dipenderanno dai provvedimenti del Governo e dagli accordi raggiunti con le organizzazioni sindacali.
Il prossimo passaggio è fissato al 20 ottobre
L’attenzione resta ora sull’udienza in Cassazione del 20 ottobre. Nel frattempo i sindacati chiedono un confronto immediato per definire le tutele prima della fermata.
L’obiettivo è evitare che lo stop dell’area a caldo produca soltanto cassa integrazione e perdita di posti di lavoro, senza un progetto capace di garantire salute, produzione e futuro industriale agli stabilimenti.


