domenica, Marzo 8, 2026

Ex Ilva: Metalmeccanici usati come Bancomat. La Fiom attacca: “ecco perchè arriva la Cassa Integrazione”

La conferenza stampa convocata oggi, 19 novembre, dal segretario generale Fiom-Cgil ha fatto emergere in modo plastico il nervo scoperto della vertenza ex Ilva. Mentre negli stabilimenti partivano scioperi, blocchi e assemblee, al centro del confronto è emersa la gestione della cassa integrazione, l’uso improprio della formazione e la prospettiva di migliaia di esuberi. Il ragionamento del leader Fiom è stato netto, articolato e carico di accuse. Il filo conduttore è uno: i lavoratori diventano la leva contabile attraverso cui coprire scelte industriali che il sindacato considera devastanti.

Per comprendere il quadro è necessario ripercorrere i passaggi chiave della conferenza, a partire dalla gestione degli ammortizzatori.

Cassa integrazione per 6mila persone: “È un piano di fermata, non di transizione”

La Fiom denuncia un uso della cassa integrazione non finalizzato alla transizione industriale, ma alla fermata degli impianti. Il segretario racconta un confronto segnato da contraddizioni e mancate risposte. La sua accusa è diretta:
«Deduciamo da un piano che prevede 6 mila, di fatto, esuberi nell’immediato e poi a marzo la fermata complessiva di tutti gli impianti e quindi la messa in cassa integrazione di tutti i lavoratori».

Il sindacato sostiene che questo scenario non sia accidentale, ma la conseguenza della scelta politica di non finanziare la continuità produttiva durante la fase di transizione. Per questo la cassa non assomiglia a un ponte verso la decarbonizzazione, ma a una rampa di accesso allo spegnimento progressivo degli stabilimenti.

La denuncia si collega direttamente all’interrogativo posto invano al Governo:
«Avete le risorse per assicurare la continuità produttiva degli impianti?».
Secondo il segretario, la risposta implicita è nei numeri stessi del piano: se la cassa integrazione cresce mentre le risorse statali mancano, il messaggio è chiaro.

La formazione come pretesto: “Non serve alla transizione, ma a fermare gli impianti”

Uno dei passaggi più duri riguarda la formazione. Per settimane, la Fiom aveva proposto di sostituire una parte della cassa con percorsi formativi utili alla transizione. La risposta del Governo era stata negativa. Poi, improvvisamente, la linea cambia.

Il segretario lo racconta con questa domanda retorica, dal forte peso politico:
«Com’è che dalla sera alla mattina sono riusciti a trovare le risorse e le modalità per fare la formazione per aumentare la gente che non va a lavorare dentro gli impianti?».

La formazione, in questo schema, non è più uno strumento per riqualificare la forza lavoro in vista del nuovo ciclo produttivo. Diventa un mezzo per aumentare il numero di persone allontanate dalla produzione, con lo stesso effetto della CIG ma con un nome diverso.

Il segretario affonda il colpo:
«Ma pensano che ci abbiamo scritto deficienti in fronte?».

Il messaggio è esplicito: non importa come si chiama lo strumento, importa il suo effetto. E l’effetto, secondo la Fiom, è la progressiva paralisi degli impianti prima del bando di gara e del nuovo assetto societario.

Manutenzioni bloccate e ricambi mancanti: “Stanno mettendo a rischio gli impianti”

Per spiegare tutta la gravità del quadro occupazionale, la Fiom porta un esempio concreto: le manutenzioni.
Nei tavoli ministeriali, Governo e commissari avevano garantito che quel reparto non sarebbe stato toccato. Ma la fotografia tracciata dal sindacato è molto diversa.

«Sul totale degli addetti alle manutenzioni a Taranto, il 50-60% è posto in cassa integrazione. Sono quelli che salvano i lavoratori, la salute, la sicurezza dei cittadini».

Di fronte ai comunicati che annunciano la continuità delle manutenzioni, il segretario pone un’altra domanda diretta:
«Con chi fanno le manutenzioni?»
Una domanda che rimanda al tema delle risorse: non ci sono organici sufficienti, né ci sono i ricambi necessari per effettuare gli interventi sugli impianti. La conclusione che la Fiom trae è lapidaria: si mette a rischio la sicurezza e l’integrità stessa dei macchinari, in un momento in cui ogni fermata, ogni anomalia, ogni incidente può diventare irreversibile.

“I lavoratori sono il bancomat dell’azienda”: l’accusa politica più forte

Il passaggio più duro della conferenza stampa arriva quando il segretario affronta la questione delle risorse. La critica non è tecnica: è politica.

«Sapete perché andiamo a 6.000 persone in cassa integrazione? Perché i lavoratori sono il bancomat dell’azienda, perché il governo non mette le risorse per la continuità aziendale e produttiva».

Il sindacato descrive così un meccanismo perverso: l’assenza di fondi pubblici per sostenere la produzione spinge a usare gli ammortizzatori come strumento di cassa. La forza lavoro diventerebbe, nella lettura della Fiom, un “polmone finanziario” attraverso cui compensare i vuoti economici.

Questo punto si collega direttamente al bando di gara ancora incerto, alla mancanza di risposte sugli investimenti e alle risorse tolte al progetto di decarbonizzazione. Il quadro che emerge è quello di una transizione industriale interrotta e sostituita da una gestione dell’emergenza che scarica tutto sui lavoratori.

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