Alla conferenza stampa del 19 novembre a Roma, mentre negli stabilimenti ex Ilva partivano scioperi e assemblee, il segretario generale della Fiom-Cgil Michele De Palma ha messo in fila un’accusa precisa: il piano di transizione in otto anni, quello della decarbonizzazione con i quattro forni elettrici e i tre impianti di DRI, non esiste più.
Al suo posto, secondo il sindacato, c’è un progetto opaco, costruito su fermate degli impianti, cassa integrazione e un bando di gara pieno di incognite.
Per capire cosa è successo bisogna ripartire da una domanda rimasta senza risposta.
«Il piano in otto anni non esiste più»: cosa doveva garantire il Governo
In conferenza stampa il segretario non usa giri di parole:
«Ieri abbiamo scoperto che il piano che era stato presentato di transizione in otto anni non esiste più».
Quel piano, ricordato più volte anche nelle dichiarazioni istituzionali, era il frutto di una trattativa durissima. Prevedeva:
- quattro forni elettrici;
- tre impianti di DRI (preridotto);
- un percorso di decarbonizzazione graduale;
- un quadro occupazionale che, pur con sacrifici, doveva salvaguardare la struttura produttiva.
La Fiom rivendica di averlo condiviso “a fatica”, dopo settimane di confronto. Il Governo, secondo il sindacato, aveva un obbligo politico e industriale: difenderlo, finanziarlo, renderlo credibile.
Invece, nella ricostruzione del leader Fiom, è accaduto l’esatto contrario.
Definanziamento del DRI e “piano in 4 anni”: la domanda a cui il Governo non risponde
Uno dei passaggi centrali della conferenza stampa riguarda il finanziamento degli impianti di DRI a Taranto. È da qui che, secondo la Fiom, si capisce che il piano non è semplicemente “modificato”, ma svuotato.
Il segretario racconta così il confronto con Palazzo Chigi:
«Dicono che questo è un piano di quattro anni di decarbonizzazione. Abbiamo fatto una domanda a cui non abbiamo ricevuto risposta: è vero o non è vero che il Governo ha definanziato una parte delle risorse che servivano per fare il DRI a Taranto? È vero o non è vero?».
Questa domanda, dice, non ha avuto replica. E la mancanza di risposta diventa, di fatto, una conferma implicita.
Se le risorse per il DRI vengono tolte o ridotte, il cuore del piano di transizione salta. Non si tratta più di accelerare l’orizzonte – quattro anni invece di otto –, ma di restare senza i soldi per realizzarlo.
Il ragionamento è lineare:
- il Governo dichiara un piano di decarbonizzazione più rapido;
- ma le risorse già giudicate insufficienti per gli otto anni vengono ora ridimensionate;
- senza quei fondi, il piano diventa un “guscio vuoto”.
Da qui la prima accusa: le “falsità” nelle comunicazioni ufficiali. Non tanto per le parole, quanto per la distanza tra ciò che si annuncia e ciò che si finanzia.
Il bando di gara infinito: promesse di giugno, incertezze di novembre
L’altro punto nevralgico, nella ricostruzione Fiom, è il bando di gara per il passaggio dell’azienda dall’amministrazione straordinaria a un nuovo soggetto proprietario.
A giugno, ricorda il segretario, il Ministro Urso aveva tracciato una roadmap chiara:
conclusione del bando, individuazione del privato, passaggio di proprietà.
A novembre, però, il quadro è ancora nebuloso:
«Vorrei ricordare a tutti voi che a giugno il Ministro Urso aveva detto che ci sarebbe stata la conclusione del bando di gara e il passaggio dell’azienda dall’amministrazione alla proprietà privata. Siamo arrivati a novembre e siamo ancora al fatto che non si capisce chi siano quelli che partecipano al bando di gara».
Il sindacato sottolinea due elementi:
- alcuni soggetti sono noti, altri no;
- circola lo schema dell’offerta “a un euro” accompagnata dalla richiesta di consistenti risorse pubbliche.
Il modello evocato è quello già visto in altre crisi industriali: cessione a valore simbolico, ma con un carico importante a carico dello Stato.
La differenza, però, sta nelle condizioni legate all’occupazione.
Il precedente dei governi passati e la condizione occupazionale: “prendere tutti i lavoratori”
Nella conferenza stampa il segretario Fiom richiama un precedente preciso, e lo fa rivolgendosi direttamente alla Presidente del Consiglio:
«Vorrei ricordare alla Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che in un governo precedente, non di centrosinistra, di centrodestra, a fronte dei processi di messa in discussione di interi impianti, gli stabilimenti venivano messi a disposizione del soggetto privato che poteva investire a un euro. Ma c’era una condizione. La condizione era che si prendessero tutte le lavoratrici e lavoratori».
In quel modello:
- l’investitore entrava anche a costo simbolico;
- in cambio assumeva l’intero perimetro occupazionale;
- lo Stato interveniva, ma non scaricava sui lavoratori il prezzo della ristrutturazione.
Oggi, sostiene la Fiom, lo schema si è rovesciato:
- si parla ancora di offerte “a un euro”;
- si chiedono risorse pubbliche aggiuntive;
- ma sul tavolo c’è un piano con circa 6.000 esuberi immediati e, da marzo, la fermata totale degli impianti.
Da qui l’accusa di fondo: il Governo non ha costruito condizioni chiare e vincolanti sul fronte occupazionale. Ha rinviato il bando, non ha reso trasparenti tutti i soggetti in campo, non ha garantito il principio “tutti i lavoratori dentro”.
La responsabilità politica: “Togliere il dossier a Urso e cambiare rotta”
La conclusione logica del ragionamento Fiom è rivolta direttamente a Palazzo Chigi. Il segretario non parla solo di errori tecnici, ma di una responsabilità politica di vertice.
Da qui l’appello alla Presidente del Consiglio:
«Abbiamo detto alla Presidenza del Consiglio: togliete di mano la guida al Ministro Urso che rischia di portarci a schiantare l’ex Ilva, a schiantare l’industria di questo Paese».
Secondo il sindacato, il Governo avrebbe dovuto:
- confermare e blindare il piano in otto anni, invece di farlo sparire;
- garantire la copertura finanziaria del DRI e degli investimenti sulla decarbonizzazione;
- chiudere il bando nei tempi annunciati, dando un quadro chiaro su soggetti e condizioni;
- legare ogni passaggio proprietario alla tutela dell’occupazione e degli impianti;
- confrontarsi con le organizzazioni sindacali prima di cambiare rotta.
Nulla di tutto questo, nella ricostruzione Fiom, è avvenuto.
Al contrario, si è aperto un percorso fatto di rinvii, definanziamenti, piani che cambiano “dalla sera alla mattina” e un orizzonte che, invece di andare verso la transizione, rischia di sfociare nella chiusura.


