La riforma dell’artigianato contenuta nell’articolo 15 del Disegno di legge annuale sulle PMI accende il confronto tra governo e imprese.
Durante l’audizione alla Decima Commissione della Camera, il vicepresidente di Confapi Francesco Napoli ha riconosciuto il valore complessivo del provvedimento, giudicato un passo importante nel rafforzare il ruolo delle piccole e medie industrie, ma ha messo in guardia su un punto centrale: l’innalzamento dei limiti dimensionali delle imprese artigiane.
I rischi di sovrapposizione tra artigianato e PMI industriali
Secondo il Vicepresidente Confapi, un ampliamento della definizione di impresa artigiana fino a includere – di fatto – realtà vicine, per dimensioni occupazionali, alle PMI industriali determinerebbe una sovrapposizione tra categorie senza favorire reali percorsi di crescita.
Questo spostamento di imprese verso il comparto artigiano rischierebbe infatti di creare asimmetrie competitive: vantaggi fiscali e contributivi maggiori, minori costi del lavoro e ricadute dirette sui salari.
Il divario salariale del 20% e l’impatto sulle finanze pubbliche
Le preoccupazioni non sono teoriche. Uno studio realizzato da Confapi mostra che l’adozione generalizzata dei CCNL dell’artigianato per le nuove assunzioni produrrebbe una riduzione retributiva media del 20% rispetto alle PMI industriali. In tutti i settori dove c’è sovrapposizione tra le due tipologie contrattuali. Le cifre sono nette: 34.577 euro di retribuzione lorda media annua nelle PMI contro 24.956 euro nell’artigianato.
L’effetto si estenderebbe anche ai conti pubblici, con minori entrate stimate in 1,43 miliardi di euro: 870 milioni di contributi INPS e 563 milioni di IRPEF.
Dumping contrattuale e costi del lavoro a confronto
Differenze analoghe emergono nei costi contributivi sostenuti dalle imprese: 9.780 euro annui nelle PMI contro 6.069 euro nell’artigianato. Il costo del lavoro totale rafforza la distanza: 44.358 euro contro 31.194 euro.
Per Confapi, l’estensione della platea artigiana potrebbe quindi alimentare dumping contrattuale, riduzione dei salari, minori tutele e squilibri nei rapporti competitivi. Napoli chiede una valutazione d’impatto accurata per evitare che una riforma pensata per favorire la crescita finisca per indebolire lavoratori, imprese e finanze pubbliche.


