domenica, Agosto 9, 2026

“Metalmeccanici italiani finiscono in Serbia per avere uno Stipendio pieno ed evitare la Cassa Integrazione”

La testimonianza raccolta dal Corriere della Sera – nelle versione online – racconta una realtà che ormai attraversa gran parte del gruppo Stellantis da mesi: operai costretti a lasciare l’Italia per qualche mese e trasferirsi in Serbia pur di sfuggire alla cassa integrazione e percepire un salario normale. Una scelta estrema ma sempre più diffusa negli stabilimenti in crisi, dove i calendari produttivi si assottigliano e la busta paga si alleggerisce.

Perché si parte: la crisi degli stabilimenti italiani

La trasferta nasce dalla necessità di sostenere il ritmo produttivo della nuova Grande Panda, assemblata a Kragujevac. Qui servono 500 vetture al giorno, ma la manodopera locale non basta. Per questo Stellantis propone ai lavoratori italiani, su base volontaria, di trasferirsi temporaneamente in Serbia. A inizio anno l’offerta riguardava Melfi, Modena, Cassino e Termoli. Da settembre si è estesa anche a Mirafiori e Pomigliano, dove la produzione ridotta ha fatto esplodere l’uso di cassa integrazione e contratti di solidarietà.

Il vantaggio economico che spinge alla scelta

In Italia molti operai lavorano appena 10-11 giorni al mese. Ogni giornata di cassa integrazione significa 35 euro lordi in meno. Il risultato è uno stipendio che spesso non arriva a 1.200 euro. In Serbia, invece, il salario torna pieno grazie ai turni completi, agli straordinari e alle indennità: oltre 2.000 euro mensili, più 70 euro al giorno dal sedicesimo giorno di trasferta. È questa differenza che convince molti, come Giovanni, a partire pur sapendo di restare lontani dalla famiglia per 45 giorni consecutivi.

La vita lontano da casa

Gli operai condividono appartamenti per contenere costi crescenti, perché gli affitti sono saliti oltre 800 euro. In fabbrica i rapporti con colleghi serbi e stranieri sono buoni. L’esperienza maturata in Italia diventa un riferimento per i più giovani.

Il prezzo umano della trasferta

Il sacrificio principale resta la distanza. Le famiglie vivono di videochiamate. I figli crescono mentre i genitori sono lontani. E il rientro a casa, anche se pagato dall’azienda, non compensa l’incertezza del domani. Giovanni lo dice con semplicità: “Lavoriamo per dare un futuro ai nostri figli. Ma non dovrebbe essere necessario partire così”.

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