In vista della manifestazione nazionale indetta per il 25 ottobre a Roma, la CGIL ha reso noti dati preoccupanti sulla situazione dell’industria italiana. Secondo il dossier “Industria in crisi, governo assente” presentato dal leader sindacale Maurizio Landini, il sistema produttivo del nostro Paese è in forte rallentamento, con 96 aziende in crisi che coinvolgono oltre 121mila lavoratori. L’indice della produzione industriale ad agosto segna un 91,6, in calo dell’8,4% rispetto al 2021, ai livelli dell’estate del primo anno di pandemia.
Produzione industriale italiana in calo: un segnale di crisi strutturale per la metalmeccanica
La manifattura italiana registra un calo di circa due punti percentuali su base annua, confermando il progressivo indebolimento del settore industriale e metalmeccanico. A pesare sono i costi energetici elevati, la domanda interna stagnante e le difficoltà di accesso al credito.
Secondo i numeri riportati nel dossier presentato dal leader della Cgil Maurizio Landini, tra il 2000 e il 2025 nell’Europa a 27 la produzione è aumentata in media del 24%, con forti differenze tra i Paesi. L’Italia, con il crollo del 23%, è il Paese che si è deindustrializzato di più in Europa, in media quasi un punto percentuale di capacità perso ogni anno. Peggio delle vicine Francia, Grecia, Spagna e Portogallo.
Per la CGIL non si tratta di un semplice momento negativo, ma di una crisi dovuta alla mancanza di una politica industriale efficace e lungimirante. L’accusa verso il governo è di assenza di visione strategica: sarebbe incapace di guidare la transizione tecnologica e ambientale e di sostenere un modello di sviluppo che integri impresa, lavoro e innovazione.
Dazi su acciaio, componentistica e prodotti intermedi: un duro colpo per automotive e metalmeccanica
Un elemento chiave che aggrava la situazione è rappresentato dai dazi imposti su acciaio, componentistica e prodotti intermedi, fondamentali per il settore metalmeccanico e le filiere dell’automotive.
Queste barriere commerciali, frutto delle tensioni tra Stati Uniti, Cina ed Europa, mettono a dura prova intere catene di fornitura internazionali, penalizzando pesantemente aziende e lavoratori del comparto metalmeccanico.
La CGIL chiede al governo di assumere un ruolo attivo in Europa per promuovere una strategia industriale comune che rafforzi la sovranità produttiva europea, senza però scivolare nel protezionismo e nell’isolamento dal mercato globale.
Cresce il ricorso agli ammortizzatori sociali e aumenta la delocalizzazione
L’aumento delle ore di cassa integrazione ordinaria e straordinaria in tutti i settori è un ulteriore segnale della crisi consolidata. Per la CGIL, sebbene gli ammortizzatori sociali siano necessari come sostegno al reddito, non possono sostituire un’efficace politica di prevenzione e riconversione produttiva. È urgente un piano di rilancio dell’occupazione per evitare che la crisi diventi strutturale e irreversibile.
Così come la crescente delocalizzazione delle imprese. “Nonostante gli incentivi pubblici, molte imprese continuano a spostare la produzione all’estero. Il fenomeno delle delocalizzazioni, spesso motivato da minori costi del lavoro, continua a erodere competenze, posti e valore aggiunto” si legge nel dossier.
La Cgil chiede dunque una legge vincolante che impedisca di delocalizzare dopo aver usufruito di fondi pubblici, prevedendo piani di reindustrializzazione obbligatori in caso di chiusura di siti produttivi. Senza regole certe, sostiene il sindacato, il sistema industriale italiano continuerà a perdere pezzi strategici e capacità tecnologiche.
“Serve una politica industriale che metta al centro il lavoro e la sostenibilità – afferma la Confederazione – non bonus episodici o deregolamentazioni. Senza una direzione comune, l’Italia rischia di restare un Paese che importa tecnologia ed esporta precariato” conclude il sindacato.


